Storia del Copyright

GC Toscana 1 dicembre 2011 0
Storia del Copyright

Storia del Copyright

Mancando questo importante elemento di storia contemporanea in lingua italiana abbiamo voluto porre rimedio direttamente. La serie di articoli originale è stata pubblicata sul blog di Rick Falkvinge, fondatore del Partito Pirata Svedese e animatore del movimento europeo sull’informazione.

Traduzione a cura di Niccolò Bassanello, Giovani Comunisti Toscana (Prato), per www.gctoscana.eu – primavera 2011

Parte I – La peste nera

Iniziamo dall’avvento dell’epidemia di peste nell’europa occidentale, negli anni ’50 del tredicesimo secolo. Come tutti gli altri posti anche l’Europa venne colpita duramente: le persone scapparono alla volta dell’occidente dall’Impero Bizantino portando con sé la peste e gli scritti scientifici. Ci vorranno 150 all’Europa per riprendersi, economicamente e socialmente.

Le istituzioni religiose furono quelle che si ripresero più lentamente. Non solo esse furono fra le realtà più duramente colpite a causa della elevata densità delle congregazioni di monaci e suore, ma furono anche le più lentamente ripopolate, per il fatto che negli anni seguenti l’epidemia nel popolo i genitori avevano la necessità di impiegare tutta la prole nelle attività economiche familiari o nell’agricoltura.

Questo è rilevante perché all’epoca i monaci erano coloro che facevano i libri. Quando volevi copiare un libro ti rivolgevi a uno scriba in un monastero affinché lo copiasse per te. A mano. Nessuna copia era perfetta; ogni scriba mentre copiava correggeva errori di grammatica e refusi, e inevitabilmente ne commetteva di nuovi.

Inoltre, visto che gli scribi erano a tutti gli effetti “impiegati” della Chiesa Cattolica esistevano diverse limitazioni su quali libri si potessero produrre. Non solo il prezzo di un singolo volume era astronomico – una copia della Bibbia richiedeva circa 300 pelli di pecora (!!!) – ma erano in vigore anche dei vincoli su quali libri potessero essere riprodotti da un componente del clero. Niente che potesse contraddire il vaticano era anche solo remotamente concepibile.

Nel 1450 i monasteri non si erano ancora ripopolati, e il maggiore costo da affrontare per avere una copia di un libro era quello dello scriba, un’arte con un’offerta scarsissima e una domanda altissima. In proporzione l’inimmaginabile costo delle materie prime era una spesa secondaria.

Nel 1451 Gutemberg perfezionò la combinazione di pressa, caratteri mobili, inchiostro ad olio e stampa in blocco. Allo stesso tempo la carta era stato copiata dai cinesi, un materiale poco costoso da produrre e abbondante.
Questo rese l’arte del copiare obsoleta praticamente da un giorno all’altro.

La stampa a caratteri mobili rivoluzionò la società creando la possibilità di diffondere l’informazione a basso costo, rapidamente e accuratamente.

La Chiesa, che precedentemente aveva detenuto il controllo dell’informazione (e che aveva creato un mercato di nicchia sulla scarsità dell’informazione), si infuriò. Essa non poteva più controllare quale tipo di scritti venivano riprodotti, non poteva più controllare ciò che le persone potevano sapere; la Chiesa tentò di influenzare i regnanti europei affinché questa tecnologia che l’aveva privata del predominio sulla cultura venisse bandita.

Molte argomentazioni vennero usate per giustificare questa battaglia, per cercare di convincere la gente a tornare indietro; una delle argomentazioni più utilizzate in assoluto era “come pagheremo i monaci?”

La Chiesa fallì nel suo intento di bandire la stampa, lastricando la strada al Rinascimento e al movimento protestante; ma non prima che molto sangue venisse versato per cercare di prevenire l’accurata, economica e rapida diffusione di idee, conoscenza e cultura.

Questo tentativo culminò in Francia, dove il 13 gennaio 1535 entrò in vigore una legge che prevedeva la chiusura di tutte le librerie e l’impiccagione per chiunque utilizzasse una pressa da stampa.

La suddetta legge fu completamente inefficace. Le stamperie “pirata” circondavano i confini francesi come una collana di perle e la letteratura pirata si riversava in Francia attraverso canali di contrabbando costruiti da persone affamate di letture.

Parte II: Bloody Mary

Il 23 maggio, Maria viene dichiarata formalmente illegittima dall’Arcivescovo. Sua madre, Caterina, cattolica e protetta del Papa, era stata espulsa dalla famiglia da suo padre Enrico VIII, che si era convertito per liberarsi di Caterina. Questa è l’ingiustizia che Maria cercherà di correggere per tutta la sua vita.

Il Re d’Inghilterra, Enrico VIII, voleva un figlio che potesse ereditare il trono per la dinastia Tudor, ma il matrimonio fu per lui una delusione: sua moglie, Caterina d’Aragona darà alla luce solo una figlia, Maria. Peggio ancora, il Papa non gli permetteva di divorziare per cercare un’altra donna che potesse dargli un figlio.

La soluzione che Enrico trovò fu drastica ma efficace, egli infatti fondò la Chiesa Anglicana, di fatto negando ogni autorità al Papa sul suo matrimonio. Enrico successivamente fece dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d’Aragona e sposò diverse donne in sequenza.

Ebbe una seconda figlia con la sua seconda moglie e infine un figlio con la sua terza moglie.

Diversamente da Maria, i suoi fratellastri più giovani, Elisabetta ed Edoardo, erano anglicani.

Edoardo successe a Enrico VIII quando era ancora un bambino, e morì prima di diventare adulto.

Maria era la seguente nella linea di successione, nonostante fosse stata dichiarata illegittima. Così, la ex esclusa ascese al trono come Maria I nel 1553.

Ella non aveva parlato al padre per anni e anni. La missione che si prepose fu quella di disfare le malefatte di Enrico VIII nei confronti della Fede, dell’Inghilterra e nei confronti di sua madre, e di far tornare l’Inghilterra al Cattolicesimo. Perseguitò implacabilmente i protestanti, giustiziandone pubblicamente diverse centinaia; questo le fece guadagnare il soprannome di Maria la Sanguinaria.

Maria condivideva la preoccupazione della Chiesa Cattolica in merito al propagarsi della stampa a caratteri mobili. La diffusione relativamente di massa dell’informazione era una minaccia alle sue ambizioni, soprattutto per via della facilità con cui sarebbe potuto essere distribuito materiale eretico (la propaganda religiosa all’epoca non era distinguibile dalla propaganda politica).

Vedendo come la Francia avesse miseramente fallito nella criminalizzazione della stampa, nonostante la minaccia della forca, Maria I realizzò che sarebbe stata necessaria un’altra soluzione. Una soluzione che coinvolgesse l’industria tipografica in un modo che fosse mutualmente vantaggioso.

Mise a punto un sistema in cui la corporazione degli stampatori londinesi avrebbe avuto l’assoluto monopolio su tutta la stampa inglese, e in cambio pretese che i suoi censori decidessero preventivamente cosa potesse essere stampato. Il monopolio era lucrosissimo per la corporazione, che avrebbe perciò lavorato duramente per mantenere il monopolio e il favore dei censori della Regina. Questo coacervo di potere privato e governativo fu estremamente efficace nel sopprimere la libertà di espressione e il dissenso politico-religioso.

Il monopolio venne garantito alla Compagnia Londinese degli Editori (The Worshipful Company of Stationers and Newspaper Makers) il 4 maggio 1557 e venne chiamato Copyright.

Il copyright ebbe un notevole successo come strumento di censura. Lavorare insieme alle imprese per sopprimere la libertà d’espressione funzionava, al contrario del tentativo francese di abolire la stampa per decreto.

Gli editori lavorarono come un vero e proprio ufficio di censura privato; sequestrando o distruggendo il materiale e le presse “pirata” e non pubblicando le opere politicamente inappropriate. Solamente nei casi più incerti era per loro necessario consultare i censori della Regina su cosa fosse permesso e cosa no, e nella maggior parte dei casi tutto si chiariva dopo poche iniziali consultazioni.

Ovviamente la voglia di leggere esisteva, e il monopolio era estremamente lucrativo per gli editori.

Finché niente di politicamente destabilizzante era in circolazione, alla popolazione era concesso l’intrattenimento della lettura. Una vittoria per ambo le parti, per la repressiva Regina e per gli editori monopolisti.

Maria I morì solo un anno più tardi, il 17 novembre 1558. Le successe la sorellastra anglicana Elisabetta, che divenne Elisabetta I e una delle meglio considerate regnanti d’Inghilterra di sempre.

Il tentativo di riportare il Cattolicesimo in Inghilterra era fallito; ma la sua invenzione, il copyright, sopravvive ancora oggi.

Parte III: Il monopolio muore e si rialza

Dopo che Maria “La Sanguinaria” ebbe creato il sistema monopolistico di censura-copyright nel 1557 né la lucrosa corporazione né la monarchia censurante ebbero mai desiderio di abolirlo. Durerà infatti ininterrottamente per 138 anni.

Come abbiamo visto, il monopolio del copyright era stato istituito per fungere da meccanismo di censura da Maria I nel 1557 per evitare che le persone potessero discutere e disseminare materiale Protestante. La sua succeditrice Elisabetta I fu felice di mantenere il monopolio in vita per evitare che le persone potessero discutere e disseminare materiale Cattolico.

Durante il diciassettesimo secolo il Parlamento cercherà gradualmente di strappare il controllo della censura dalle mani della Corona d’Inghilterra: nel 1641 il parlamento abolì la corte dove i casi di violazione del copyright erano dibattuti, la famigerata Star Chamber. Questo rese in pratica la violazione del copyright un crimine senza possibile sentenza, come ad esempio l’attraversamento pericoloso nella Svezia odierna; continuava ad essere considerato un crimine ed era tecnicamente illegale ma nessuno poteva essere processato per esso e non esisteva una punizione.

Come risultato, la creatività in Inghilterra salì alle stelle.

Sfortunatamente, non era questo ciò che interessava al parlamento.

Nel 1643 il monopolio del copyright e la censura vennero istituiti come prima peggio di prima. Ora includevano anche misure come la pre-registrazione degli autori, dei tipografi e degli editori presso la Compagnia londinese degli editori, la necessarietà della licenza di pubblicazione per poter pubblicare qualunque cosa, il diritto degli Editori di sequestrare, bruciare e distruggere attrezzature e pubblicazioni prive di licenza, arresto e punizioni durissime per chiunque violasse il copyright.

Compiendo un piccolo salto nel tempo, nel 1688 ci fu quella che venne chiamata “Gloriosa Rivoluzione”, e la composizione del parlamento cambiò radicalmente. Molti nuovi parlamentari avevano avuto in un certo modo a che fare con il copyright e la censura precedentemente, e non avevano piacere che il monopolio continuasse. Così, il monopolio della Compagnia degli Editori venne fatto morire nel 1695.

Così, dal 1695 in poi non esistette nessuna forma di copyright. Nessuna. La creatività decollò – di nuovo – e gli storici credono che addirittura i documenti che successivamente porteranno alla fondazione degli Stati Uniti d’America fossero stati scritti in questo periodo.

Sfortunatamente, la Compagnia londinese degli editori non era per niente felice di questo nuovo ordine in cui loro avevano perso il loro lucroso monopolio.

Notevole come gli autori non abbiano mai chiesto la creazione del monopolio del copyright, erano i tipografi e i distributori a chiederlo. Mai venne lasciato intendere che niente sarebbe stato scritto senza copyright; in realtà niente sarebbe stato stampato senza copyright. Qualcosa di completamente diverso.

Il Parlamento, che aveva appena abolito il copyright, era deciso a non ricreare un controllo centralizzato che avrebbe potuto dare facilmente adito ad abusi di potere. Gli editori suggerirono quindi che gli scrittori avrebbero dovuto “possedere” le loro opere.

Così facendo, gli editori presero tre piccioni con una fava. Primo, il Parlamento era sicuro che non ci fosse nessun punto centrale di controllo che sarebbe potuto essere usato per censurare. Secondo, gli editori avrebbero potuto fare qualunque cosa delle opere letterarie, visto che gli scrittori non avrebbero avuto nessuno a cui vendere il loro lavoro se non loro. Terzo, e forse più importante, legalmente il monopolio sarebbe stato classificato all’interno della Common Law anglosassone, e non nella più debole giurisprudenza, garantendosi così una protezione legale molto maggiore.

A questo punto della storia possiamo osservare la vera essenza del copyright: un monopolio con radici nella censura, in cui gli artisti e gli autori non vengono minimamente considerati, e tutto è in funzione del profitto degli editori.

In più, gli editori continuarono a sequestrare, bruciare e distruggere le altrui presse da stampa per un lungo periodo, anche non avendone più il diritto. L’abuso di potere si sviluppò subito, e durerà fino alla sentenza del caso Entick contro Carrington, un raid contro autori “privi di licenza” (nei fatti, scomodi), nel 1765. Nel verdetto la Corte stabilì chiaramente come non si potesse togliere nessun diritto a un privato cittadino se non per esplicita disposizione di legge, e come nessuna autorità potesse arrogarsi diritti che non le fossero stati esplicitamente assegnati dalla legge.

Così i primi principi fondativi della moderna democrazia e dei diritti civili furono vinti nella battaglia contro il monopolio del copyright. C’è qualcosa di nuovo sotto il sole.

Parte IV: gli Stati Uniti e le biblioteche

Quando gli Stati Uniti d’America furono fondati il concetto di monopolio sulle idee venne trasportato nel Nuovo Mondo e dibattuto intensamente. Thomas Jefferson era un fiero oppositore del monopolio sulle idee. Venne trovato un compromesso.

Il Copyright non ebbe origine negli Stati Uniti, come abbiamo visto. L’idea era nata precedentemente e i Padri Fondatori avevano solo portato con loro le vecchie leggi nel loro nuovo Paese. Il monopolio sulle idee comunque non fu un tema facilmente dipanato. Jefferson scrisse:

“Se la natura ha creato qualcosa meno adatto di tutto il resto alla proprietà esclusiva, è quell’azione del potere di pensare chiamata idea, che un individuo può possedere solo fino a quando la tiene per sé; ma nel momento in essa viene divulgata è forzatamente proprietà comune, e il ricevente non può privarsene. Un altro suo carattere peculiare è quello di non essere possedibile in quantità maggiori o minori, tutti ne posseggono l’interezza. Chi riceve da me un’idea riceve istruzione senza impoverire  la mia; come chiunque accende un lumicino per me riceve luce senza oscurarmi.  Il fatto che le idee debbano circolare liberamente da una persona a un altra, in tutto il mondo, per la morale e mutua istruzione dell’uomo e per il miglioramento delle sue condizioni, pare essere stato specificatamente e benevolmente progettato dalla natura, quando essa le ha create impossibili da confinare e da possedere in via esclusiva.”

Infine, la costituzione statunitense è stata la prima a specificare il motivo dell’esistenza del copyright e dei brevetti. La giustificazione dell’esistenza del copyright nella legge americana è estremamente diretta e chiara: “[...] per promuovere il progresso delle scienze e delle arti […]”

Notevole che lo scopo del monopolio non sia quello di far guadagnare denaro alle professioni, non gli scrittori né gli editori né i distributori. Invece, il suo scopo è esemplare nella sua chiarezza: la sola giustificazione all’esistenza del monopolio è massimizzare la cultura e la conoscenza disponibile per la società. Quindi il copyright (negli USA e quindi in modo predominante al giorno d’oggi) è un compromesso fra accesso alla cultura e interesse pubblico alla creazione di nuova cultura.

Questo è tremendamente importante. In particolare va notato come il pubblico sia la sola parte in causa legittima nella formulazione e nell’evoluzione della normativa sul copyright: i detentori del monopolio, pur essendo dei benefattori dello stesso, non sono legittime parti in causa e non devono avere il diritto di parola nella formulazione delle leggi; così come una città che ospita una caserma  non deve avere diritto di parola se il reggimento è necessario alla sicurezza nazionale.

È utile citare le parole della costituzione americana quando le persone erroneamente credono che il copyright esista per fare in modo che gli artisti facciano profitti. Non è mai stato così, da nessuna parte.

Intanto, nel Regno Unito

Nel frattempo nel Regno Unito i libri rimanevano decisamente costosi, in massima parte per colpa del monopolio del copyright. Collezioni di libri si potevano ammirare solo nelle magioni di uomini abbienti; alcuni di loro iniziarono benevolmente a prestare i loro libri alle persone comuni.

Gli editori si infuriarono terribilmente a causa di questo fenomeno, e fecero pressioni affinché il Parlamento mettesse fuori legge la possibilità di leggere un libro senza prima averne comprato (o almeno pagato) una copia.

Tentavano insomma di mettere fuori legge le biblioteche pubbliche addirittura prima che queste venissero inventate. “Leggere un libro senza averlo pagato? Questo è rubare agli autori! È togliere il pane di bocca ai loro figli!”

Ma il Parlamento sposò una posizione differente, osservando il benefico effetto della lettura sulla società. Il problema che il Parlamento notava non era la sedicente eterna crisi dei monopolisti, ma il fatto che i ricchi decidessero chi avrebbe avuto la possibilità di leggere e chi no.

Pareva loro benefico per la società tutta livellare il campo di gioco, creando biblioteche pubbliche accessibili sia dai ricchi sia dalle fasce sociali meno facoltose. Gli editori impazzirono quando vennero a sapere di questa iniziativa. “Non è possibile lasciare che una persona legga gratis! Non un singolo libro verrà mai più venduto! Nessuno potrà più vivere di ciò che scrive! Nessun autore scriverà mai più nulla se questa legge verrà approvata!”

Il Parlamento del 1800 era molto più saggio di quello attuale, e prese le pietose lamentele dei monopolisti per ciò che erano. Il Parlamento si posizionò irremovibilmente, l’accesso pubblico alla cultura era più benefico per la società del monopolio del copyright, così nel 1849 la legge che istituiva le biblioteche pubbliche nel Regno Unito passò. La prima biblioteca pubblica aprì nel 1850.

Come tutti sappiamo, nessun libro fu più scritto da allora. O è vero questo, o è vero che il farneticare dei monopolisti a proposito del fatto che nulla sarebbe stato creato senza un forte sistema monopolistico era falso allora come è falso oggi.

(In alcuni Stati europei gli autori e i traduttori ricevono qualche soldo per ogni loro libro dato in prestito da una biblioteca pubblica. Va fortemente evidenziato come questa non sia una compensazione per un qualche immaginario danno economico, come se ogni riduzione del monopolio dovesse essere compensata, bensì un sussidio nazionale alla cultura che utilizza come criterio di assegnazione le statistiche sui prestiti delle biblioteche. Comunque, questo sussidio nacque nei primi del 1900, molto dopo le biblioteche pubbliche).

Intanto, in Germania

In Germania il monopolio del diritto d’autore non esisteva. Alcuni storici sostengono che questo abbia portato al rapido proliferare della conoscenza che fece in modo che la Germania assumesse il primato della produzione industriale sorpassando il Regno Unito.

In un certo modo questo prova le intuizioni del Parlamento britannico: l’interesse nazionale nell’accesso alla cultura e alla conoscenza supera in importanza gli interessi degli editori.

Parte V: il copyright si fa globale

Nel tardo diciannovesimo secolo la bilancia pendeva dalla parte monopolio più che da quella degli autori e della possibilità di guadagnare da ciò che avevano creato. In pratica, tutti i profitti erano degli editori e dei distributori, e gli autori erano lasciati a vivere d’aria, per via del copyright (proprio come oggi).

In Francia, un certo Victor Hugo prese l’iniziativa per tentare di livellare il campo di gioco, cercando di internazionalizzare una tradizione francese chiamata droit d’auteur implementandola nel copyright. Inoltre, egli ebbe l’idea di cercare di rendere internazionale il copyright; che fino allora era rimasto nazionale. Uno scrittore francese poteva vendere i suoi diritti a un editore francese, che avrebbe avuto poteri monopolistici in Francia, ma non ad esempio in Germania o nel Regno Unito.

Paradossalmente, i monopoli di brevetti e copyright erano caduti nel dimenticatoio con l’entrata in vigore delle leggi sul libero mercato nei paesi europei, nella prima metà del 1800.

Le leggi sui brevetti continuano a parlare di “prevenzione della concorrenza sleale” come giustificazione per la loro esistenza; questo è un retaggio di quando le Corporazioni dettavano legge su cosa produrre, manodopera e prezzi; se ancora oggi un’impresa tentasse di competere lealmente nei loro settori, probabilmente si troverebbe sbattuta in tribunale la mattina dopo. Così il copyright è ciò che rimane della Corporazione degli Editori Londinesi.

Victor Hugo tenterà di bilanciare gli immensi poteri degli editori dando agli autori qualche diritto all’interno del copyright, sfortunatamente così facendo impoverirà ulteriormente i diritti del pubblico. (È importante ricordare che ci sono tre parti in causa nel copyright: autori, editori e pubblico. Ironicamente il pubblico è l’unica parte in causa legittima nel progettarlo).

Hugo non visse abbastanza per veder compiuto ciò che si era prefigurato; ma la convenzione di Berna venne sottoscritta nel 1886. Essa imponeva che tutti i Paesi rispettassero i copyright di qualunque altro stato, e un’agenzia – la BIRPI – venne creata come cane da guardia. Questa agenzia nel corso del tempo è mutata, cresciuta e si è gonfiata e al giorno d’oggi è conosciuta come WIPO, ma continua a vegliare sulla convenzione di Berna, che a sua volta è cresciuta, mutata e gonfiata, oltre ad essere stata “dirottata” due volte. (Si parlerà più approfonditamente di questo nella prossima parte di questa serie).

A questo punto è necessario distinguere quattro differenti aspetti del monopolio del copyright:

  1. il monopolio commerciale sulla fissazione di un’opera: questo è praticamente l’originale monopolio concesso alla Corporazione degli Editori in cambio della censura.
  2. il monopolio commerciale sulla rappresentazione di un’opera: se qualcuno esegue una qualsiasi opera per guadagnare da essa, il detentore del monopolio ha il diritto di domandargli denaro.
  3. il droit moral di essere riconosciuto come autore di un’opera: il diritto di un autore a vedere riconosciuta la paternità di un suo lavoro, come protezione contro plagio e contraffazione.
  4. il droit moral di veto sull’impropria rappresentazione di un lavoro: se un artista sostiene che una qualsiasi performance di una sua opera danneggia l’immagine del suo lavoro o il suo nome di artista egli ha il diritto di proibirla.

I diritti morali si distinguono fortemente come natura dai monopoli commerciali in quanto non possono essere venduti e non sono trasferibili. Questo li divide dalla giustificazione che convinse il parlamento inglese a far entrare di nuovo in vigore il monopolio del copyright nel 1709.

È degno di nota come e con che frequenza questi quattro aspetti vengano confusi per difendere il più controverso e il più dannoso dei monopoli: il monopolio commerciale sulla fissazione (e sulla successiva duplicazione) di un’opera.

Non è per niente raro sentire uomini del business del copyright difendere questo monopolio chiedendo “ti piacerebbe se qualcuno rubasse un tuo lavoro e lo spacciasse per suo?” Ma questa è la decisamente poco controversa terza parte, il diritto morale all’attribuzione e alla paternità delle opere d’ingegno; che non può essere usato in buonafede per difendere nessuno dei due monopoli commerciali.

Gli Stati Uniti non apprezzavano i diritti morali, infatti restarono fuori dalla convenzione di Berna finché non poterono utilizzarla come grimaldello contro la Toyota un centinaio di anni dopo. Ritorneremo su questo nella settima parte della serie.

Parte VI: depredati dai discografici

Durante la maggior parte del ventesimo secolo è infuriata una battaglia di rilievo fra musicisti e industria discografica. Per gran parte del secolo i musicisti furono considerati una parte importante dalla legge e dal senso comune. Tuttavia l’industria discografica avrebbe preferito una musica “corporatizzata”. Un intervento attivo da parte del sedicente regime fascista italiano farà pendere l’ago della bilancia in questa direzione.

Il copyright nel ventesimo secolo non era caratterizzato dai libri, ma dalla musica. Negli anni ’30 due eventi colpirono direttamente i musicisti: la Grande Depressione, che fece perdere il lavoro a molti artisti; e lo sviluppo del cinema sonoro, che lasciò disoccupata un’altra grandissima fetta di suonatori.

In questo ambiente due iniziative vennero portate avanti in parallelo. Le associazioni dei musicisti tentarono di garantire un reddito agli artisti disoccupati – in esubero, come usiamo dire oggi in burocratese. Le associazioni artistiche di tutto il mondo erano preoccupate del diffondersi della “musica meccanizzata”, cioè tutta quella non dal vivo e quindi non necessitante di suonatori. Volevano avere un qualche potere sulla tecnologia degli altoparlanti, e il tema venne portato al cospetto della International Labour Organization (agenzia internazionale che precedette l’omonima agenzia ONU).

Allo stesso tempo l’industria discografica tentò di esercitare lo stesso potere sulla tecnologia degli altoparlanti, sulla radio e sui musicisti stessi; mentre l’intero mondo politico ed economico ancora la vedeva come una mera appaltatrice di servizi ai musicisti. I discografici potevano aprire una loro impresa se erano abbastanza orientati verso il fornire un servizio, o almeno andare in bancarotta provandoci; e per nessuno avevano un valore di un fico secco maggiore di questo. Per nessuno, con un’eccezione: l’Italia fascista.

Nel 1933 l’industria fonografica venne invitata a Roma dalla confederazione generale fascista dell’industria italiana. Il congresso dei rappresentanti dei fonografici che ivi si tenne dal 10 al 14 novembre sancì la nascita di una federazione internazionale dell’industria fonografica, diventata famosa con il suo acronimo, IFPI. Venne inoltre deliberato che l’IFPI avrebbe lavorato all’interno della Convenzione di Berna affinché venissero concessi diritti ai produttori simili a quelli degli autori e degli artisti (che già venivano comunque sempre venduti a un qualche produttore.)

L’IFPI continuò a riunirsi in Paesi che apprezzavano la sua agenda corporativistica, infatti si riunì una seconda volta in Italia l’anno successivo, a Stresa. Dal 1937 in poi il mondo iniziò a dare segni di turbolenza, ma l’Italia continuò a far rispettare i diritti corporativistici dell’industria fonografica fino alla fine della guerra.

Il negoziare un monopolio simile a quello del copyright editoriale, incluso nella Convenzione di Berna e quindi internazionale , continuava ad essere un boccone troppo succulento perché l’industria discografica vi rinunciasse. Così alla fine della guerra l’IFPI si riunì di nuovo nel Portogallo fascistoide nel 1950. L’Italia non era più adatta. L’assise licenziò un testo che avrebbe dato in mano ai discografici diritti monopolistici identici a quelli del copyright editoriale – i cosiddetti “diritti connessi” – per la produzione e la pubblicazione di lavori creativi come la musica. I diritti connessi vennero ratificati dal BIRPI (oggi WIPO) nel 1961 nella conferenza di Roma. Allo stesso tempo il tentativo dell’ILO di dare ai musicisti diritti simili era floppato e fallito.

Dal 1961 in poi l’industria discografica ha difeso fervidamente il copyright, nonostante essa non ne benefici direttamente, beneficiando infatti solo dei cloni del copyright, i diritti connessi.

A questo punto dobbiamo tenere a mente due cose:
-Primo, l’industria discografica confonde queste due diverse forme di monopolio apposta. Continua a difendere “i suoi copyright”, che non ha, e mostra nostalgia nei confronti del “copyright che con grande saggezza è stato creato all’alba dell’Illuminismo” (a questa scena idilliaca mancano solo i gattini e gli arcobaleni), riferendosi allo Statuto di Anne del 1709, che tra l’altro non ha creato la prima forma di copyright nella storia.  In realtà, i monopoli dei diritti connessi sono stati creati in Stati fascisti (letteralmente) e in una recente Europa divisa e militarizzata. Questi monopoli sono stati oggetto di controversie da quel primo giorno nel 1961, e non sono certamente il prodotto di una qualche “saggezza illuminista”.

-Secondo, siamo stati a un passo dal rendere l’industria discografica un servizio ai musicisti, invece che il cappio che poi è diventata, non avesse l’ILO fallito nel suo tentativo. Sicuramente gli sforzi dell’ILO avrebbero avuto successo se non fosse stato per l’intervento di ben due governi fascisti – fascisti nel vero senso della parola – intervenuti al fianco dei discografici per corporativizzare la società e trasformare l’industria dei dischi nell’industria del copyright.

Parte VII: 1960-2010

La Toyota ha colpito al cuore l’anima americana nel 1970, e tutti i politici statunitensi iniziarono a portare nella loro mente cartelli “la fine è vicina!”  Le cose più “americane” di tutte – Le auto! Le auto americane! – non erano fatte abbastanza bene per il popolo statunitense, che comprava invece Toyota. Questo era l’apocalittico segno della decadenza degli USA come nazione industriale, incapace di competere con l’Asia.

Questa è la parte finale sulla storia del copyright. Il periodo dal 1960 al 2010 è caratterizzato da due cose: l’infiltrazione – guidata dalle case discografiche – del monopolio del copyright nel privato, nel non commerciale, mentre prima era stato solo un monopolio di tipo commerciale (“la copia per uso personale è illegale” e simili scemenze) e quindi dalla messa in discussione da parte del monopolio di diritti umani fondamentali; seconda cosa, dall’espandersi del copyright e dei monopoli analoghi. Visto che tutti sono a conoscenza del primo elemento, mi concentrerò sul secondo.

Quando fu chiaro ai politici statunitensi che gli USA non sarebbero più stati in grado di mantenere il predominio economico producendo qualcosa di industrialmente valido vennero formate diverse commissioni e venne loro dato il compito di rispondere a una domanda cruciale: come avrebbero potuto gli Stati Uniti mantenere il loro predominio a livello mondiale non producendo niente di competitivamente valido? La risposta venne da una protagonista inaspettata, la Pfizer.

Il presidente di Pfizer, Edmund Pratt, scrisse il 9 luglio 1982 un furioso articolo sul New York Times, intitolato “Stealing from the Mind”. Esso si lamentava di come i Paesi del terzo mondo rubassero dalla Pfizer. (Con questo termine egli si riferiva al fatto che i Paesi del terzo mondo  stessero producendo medicine con le loro materie prime, nelle loro fabbriche, usando la loro tecnologia e per i loro consumatori, che solitamente stavano morendo di qualche orribile ma curabilissima malattia da terzo mondo). Grossi politicanti si accorsero che nello “Pfizer-Pratt-pensiero” era contenuta parte della risposta alla loro domanda, e spinsero per il coinvolgimento di Pratt in un’altra commissione direttamente sottoposta al Presidente. Era la “magica” ACTN, Advisory Committee on Trade Negotiations.

La soluzione che la ACTN – sotto la direzione di Pratt – raccomandava era così provocatorio che nessuno era realmente sicuro se provarla o no: gli Stati Uniti avrebbero collegato la loro politica estera ai loro negoziati commerciali. Qualunque Stato non firmasse sbilanciati contratti di “libero commercio”, con valori pesantemente ridefiniti, sarebbe stato etichettato in modo molto spiacevole. Notevole la “Special 301 watchlist”, che dovrebbe essere una lista di Nazioni che non rispettano abbastanza il copyright. È inclusa maggioranza della popolazione mondiale, compreso il Canada.

Così, la soluzione al non produrre niente di qualche valore per il commercio internazionale  era il ridefinire i concetti di “produrre”, “niente” e “di valore” nel contesto politico internazionale, e farlo mediante il bullismo. Funzionò. I progetti targati ACTN venivano messi in circolazione dai rappresentanti del commercio statunitense, facendo pressioni affinché i governi esteri adottassero una legislazione favorevole agli interessi commerciali americani oppure facendo loro firmare accordi bilaterali (o multilaterali) di “libero scambio” che altro non facevano se non favorire ancora di più gli interessi USA.

In questo modo gli USA riuscirono a creare un flusso di valore nel quale  noleggiavano i progetti ottenendo prodotti finiti in cambio. Questo è considerato un accordo equo secondo le clausole degli accordi di “libero scambio”.

L’intero settore industriale monopolistico americano seguì l’esempio: imprese con prodotti sotto copyright, imprese di prodotti brevettati, tutte. Cercarono anche di ripetere ciò che aveva già fatto l’industria discografica nel ’61, rivolgendosi alla WIPO per legittimare un nuovo trattato nominato “Berna plus”.

A questo punto, divenne necessario a livello politico per gli USA entrare far parte della Convenzione di Berna, visto che la WIPO è la sorvegliante della Convenzione.

Ma la WIPO riuscì a vedere perfettamente gli scopi occulti di questa manovra, e li defenestrò. La WIPO non era stata creata per dare simili privilegi mondiali a un singolo Paese, e un tentativo così spudorato era oltraggioso.

Così si rendeva necessario qualcosa di diverso. La lobby delle imprese monopolistiche americane si avvicinò quindi al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e riuscì ad ottenere una certa influenza al suo interno. Venne messa in atto un’enorme manovra, metà degli Stati partecipanti al GATT vennero coartati o ingannati affinché accettassero un nuovo accordo all’interno del GATT  considerevolmente favorevole alle imprese americane. Questo accordo verrà chiamato TRIPs. Dalla ratificazione del TRIPs il GATT sarebbe stato rinominato WTO. I 52 Paesi del GATT che scelsero di stare fuori dal WTO si trovarono presto in una posizione economica tale da costringerle a firmare clausole colonialistiche. Ad oggi solo uno Stato degli originali 129 non è tornato a farne parte.

Il TRIPs è stato molto criticato per come è strutturato in modo da arricchire i ricchi alle spese dei poveri, che se non possono pagare in denaro pagano con la salute e a volte con la vita. Vieta ai paesi del terzo mondo di produrre medicinali nelle loro fabbriche, con le loro materie prime, con la loro tecnologia e per i loro popoli. Dopo molte “semi-rivolte” qualche misera concessione in questo senso venne inserita nel TRIPs.

Ma il caso più significativo per spiegare quanto i monopoli artificiali siano fondamentali per gli USA per mantenere il predominio è forse quello dell’ammissione al WTO della Russia. Quando la Russia chiese di essere ammessa nel WTO (per ragioni incomprensibili) gli Stati Uniti chiesero in cambio che il legale negozio di musica russo AllofMP3 venisse subito chiuso. Questo negozio vendeva copie di file MP3 e veniva classificato come stazione radio in Russia, operando nella legalità e pagando tasse e licenze.

Torniamo un attimo indietro per capire cosa sta succedendo. USA e Russia, ex nemici giurati che  in passato si erano vicendevolmente puntati arsenali nucleari 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, in qualunque condizione. Gli Stati Uniti avrebbero potuto chiedere e ottenere qualunque cosa, assolutamente qualunque cosa. E cosa chiesero gli Stati Uniti?  Chiesero alla Russia di chiudere un pericolosissimo negozio di MP3. Con questo chiunque capisce quanto contino i monopoli.

Per concludere

Il file sharing non è solo una questione privata. È una questione di predominio economico mondiale, e sempre lo è stato. Continuiamo a scambiarci file e a spostare questa potenza dai monopolisti al popolo. Insegna a tutti a far circolare la cultura e la gente vincerà contro coloro che vorrebbero limitare la libertà. Un po’ come abbiamo visto all’inizio di questa serie, quando le persone vollero leggere ed elusero la Chiesa Cattolica.

(Più recentemente le aziende interessate a brevetti e copyright si sono date da fare per ripetere il trucco del TRIPs con l’ACTA, trucco che ora dovrebbe prendere il nome di TRIPs plus. Ma l’ultima parola non è stata detta in proposito.)  Con questo si conclude la storia del copyright. Facciamo in modo di poter scriverne un altro capitolo fra dieci anni, liberi come non mai di pubblicarlo, condividerlo e diffonderlo.

Questa opera di Niccolò Bassanello è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 2.5 Italia. (Traduzione). Originale inglese di Rick Falkvinge in pubblico dominio.

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