Perché Megavideo?

GC Toscana 23 gennaio 2012 0
Perché Megavideo?

* Leggi il nostro comunicato sulla vicenda Mega

FBI vs Mega: una guerra tra bande nel capitale?

Mirko Del Medico – www.laprospettiva.eu

Come molti sapranno in questi giorni l’FBI ha lanciato il più grande attacco nella storia della difesa del copyright e a farne le spese è stato il servizio Mega (con i suoi derivati Megaupload e Megavideo, ma anche Megaporn) e il suo non molto simpatico fondatore, Kim Schmitz, aka Kim Dot Com, che per queste sue attività rischia ora molti anni di carcere.

Per capire quello che è successo però è impossibile rimanere ai capi di imputazione (dalla violazione di copyright fino al riciclaggio), occorre in primis tracciare una cornice temporale: l’arresto di Schmitz e di altri suoi collaboratori e lo smantellamento dell’impresa Mega avvengono nel contesto della discussione sui progetti di legge chiamati SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect IP Act), da parte della Camera e del Senato americani.

Dopo le proteste degli utenti della rete, ma soprattutto dopo lavdiscesa in campo di molti big players della Silicon Valley che in rete hanno generato le proprie fortune (Facebook, Google, Wikipedia, solo per citarne alcuni), i due rami del parlamento statunitense hanno rimandato la discussione sui contestati provvedimenti. Ecco dunque che l’FBI, in collaborazione con le polizie di mezzo mondo, ottiene un risultato che ha il sapore di una vittoria per quei soggetti, come le majors dell’intrattenimento made in USA, che invece quei provvedimenti sostengono fortemente.

Ma perchè colpire proprio Mega, quando altre decine di imprese offrono tutt’ora gli stessi servizi, per non parlare di alcuni grandi operatori alle prese con un immane lavoro di filtraggio dei contenuti soggetti a copyright che spesso (e volentieri?) non riescono a garantire? Schmitz ha sempre dichiarato la sua volontà di compensare i produttori di contenuti e di contenere il fenomeno dell’upload di materiale coperto da copyright e in effetti molti di questi venivano rimossi dai server dell’azienda anche soltanto su segnalazione di privati. Per gli inquirenti però è troppo poco e le misure adottate dall’azienda (la rimozione di contenuti, l’assenza di motori di ricerca per i contenuti) si configurano come una “copertura” (sic) per le attività illecite che la stessa incoraggiava attraverso vari
espedienti: il limite di tempo di 72 minuti per la visione di video, il pagamento degli utenti più attivi, la rimozione di contenuti poco popolari, accordi con terzi per l’indicizzazione dei contenuti illegali su pagine esterne all’azienda.

Ma le ragionni potrebbero essere altre.

1) In un’intervista ad un blog di settore rilasciata un mese fa, Kim Dot Com illustrava il futuro della sua compagnia, intaccare il modello di business dominante nel mercato dell’intrattenimento attraverso l’utilizzo di due servizi: Megabox, un contenitore virtuale dove gli artisti, non solo quelli in cerca di un pubblico, ma anche molti affermati (e pieni di soldi), possono incontrare la domanda senza intermediazioni offrendo i propri contenuti direttamente in digitale. E Megakey, un servizio attraverso il quale gli artisti si sarebbero trovati a guadagnare direttamente dai download gratuiti, << un modello di business testato su oltre un milione di utenti >> diceva Kim Dot Com.

Un bel problema per chi detiene attualmente il monopolio della distribuzione di opere di ingegno, dato anche il reale sostegno mostrato all’impresa Mega da molti artisti ricchi e famosi, alcuni dei quali hanno perfino realizzato un videoclip promozionale per promuoverne i servizi. Il rapporto tra Mega e questi grandi nomi della musica americana era stretto al punto di ipotizzare l’entrata ai vertici della società di uno di loro. Erano infatti in fase avanzata i
contatti tra Schmitz e Swizz Beats, produttore e marito della più nota Alicia Keys, in trattativa per diventare CEO dell’azieda.

Alla luce di questo ambizioso business plan, le attuali vicende giudiziarie di Schmitz somigliano molto ad una battaglia persa di una guerra ben più grande, una guerra di posizione che va avanti da molti anni, da quando cioè un tribunale americano decise la chiusura di Napster. Il merito del processo ci dirà se il proprietario di Mega e i suoi collaboratori saranno assimilati ad un’associazione a delinquere oppure se, come alcuni già pensano sulla scorta di qualche precedente, riusciranno a cavarsela dimostrandosi estranei ai fatti contestati. I numeri di Mega però ci raccontano già parte di questa storia: 50 milioni di contatti unici giornalieri, 150 milioni di utenti in tutto il mondo, un business da centinaia di milioni di dollari in piena espansione a scapito delle grandi corporations che dal canto loro frenano lo sviluppo di piattaforme digitali di distribuzione e commercializzazione di prodotti d’ingegno che gli utenti di tutto il mondo hanno già scelto, con ogni evidenza, come canali preferenziali per il reperimento di materiale musicale.

2) La figura controversa di Kim Schmitz, con alle spalle alcune condanne tra le quali una per insider trading, non è di quelle che ispirano simpatia. La sua ostentazione della ricchezza, le sue enormi proprietà immobiliari, le decine di auto di lusso, persino le sue fattezze fisiche sono oggetto di una campagna di stampa negativa, alimentata dalle forze dell’ordine che fanno trapelare particolari non importanti ai fini dell’indagine, come le varie targhe delle sue auto (a quanto pare Schmitz amava targare le sue automobili con appellativi suggestivi: Mafia, Guilty, God, ecc…). Il tentativo di farne un perfetto bersaglio scarsamente difendibile pare essere andato in porto. Eppure nei curricula di molti altri imprenditori di successo non mancano di certo gli sconfinamenti nell’illegalità. Il punto è che qualcuno di questi ottiene a volte una copertura legislativa ex post per attività ritenute sul filo della legalità, cosa evidentemente non riuscita a Schmitz.

Il tentativo di “massificare” la commercializzazione a buon mercato dei contenuti digitali eliminando l’intermediazione delle majors, in assenza di un quadro normativo adeguato allo sviluppo di questo settore, ha portato Mega a finire nelle maglie della legge. La scorribanda di Schmitz nel mondo della distribuzione ha rischiato di rompere un’impalcatura di interessi molto solida e molto proficua, costruita a scapito dell’utente e del produttore di contenuti.

A detta di molti esperti del settore, questo epocale drenaggio di liquidi in favore del rapporto diretto tra artista e fruitore dell’opera sarà inevitabile. Per ora di certo ci sono soltanto i guai giudiziari di Mega e del suo fondatore.

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